Perché mi candido

I motivi di una scelta

Sgomberiamo subito il campo da un equivoco. La Campania non esiste. Non esiste come realtà geografica, culturale, linguistica: in una parola non è un fattore di identificazione. La Campania è una delle quindicina di forzature, che in Italia si chiamano regioni a statuto ordinario.
Teniamo fuori da questo discorso quello a statuto speciale: una casistica decisamente più complessa. Tutte le regioni sono delle forzature. La Campania lo è più di altre: svariate aree dialettali, profonde differenze culturali, percorsi storici diversi, animati dai popoli di più svariata provenienza: dai greci, ai normanni, passando per i longobardi e gli arabi, e tutto il resto. Si dovevano fare in fretta e furia, le regioni. E sono state disegnate male, e strutturate peggio. Centri di spesa fuori controllo, che gravano sul debito pubblico generale, e quindi sull’intera collettività nazionale. Sprechi non solo connessi ai costi della politica. Grave confusione amministrativa, aggravata dalla scellerata riforma del titolo V, voluta dalla sinistra italiana nel 2001, e di recente rinnegata da Bersani.

CHE TI CANDIDI A FARE, ALLORA?
Un’osservazione del genere si segnala per la pacifica evidenza della sua opportunità. Ribadiamo la nostra premessa:così come le conosciamo,  le regioni vanno abolite. La Società Geografica Italiana ha elaborato una riforma di riordino dell’assetto territoriale dello Stivale. Al Governo, uno qualsiasi dotato di buon senso, spetterà il compito di disporre. Ma nel frattempo, restano quelle strutture nate nel ’70. E possono ancora far danni.

COME PENSI DI IMPEDIRLO?

Anche lo scetticismo che trasuda da questa obiezione è conferente. Di promesse non mantenute, ne abbiamo sentite troppe. Troppo spesso. L’unico risultato che la politica, a questa scala territoriale, ha saputo produrre  è la totale alienazione dell’Ente regionale, rispetto al territorio e alla collettività che dovrebbe governare. Ci troviamo, infatti, di fronte, ad elefantiache macchine burocratiche, che si preoccupano di se stesse, schiave della tirannia del bilancino degli interessi di volta in volta emergenti.  Non c’è visione.
La grande occasione mancata dal centrodestra campano, politicamente parlando: un consiglio regionale, formato da una maggioranza di “consiglieri comunali dentro”, travolti da una improvvisa ipertrofia elettorale, che li ha scaraventati in una sorta di “ebbrezza da azoto”. Molti di loro forse non hanno ancora capito che stanno a fare. La Giunta non è stata aiutata, in questo (forse senza eccessivo sconforto, da parte dell’esecutivo di Caldoro!). Non ha incontrato nella sua maggioranza il pungolo necessario  a realizzare il modello di governante del territorio e della società, elaborato su un piano politico-culturale.
Quale che dovesse essere il centrodestra campano, la vera destra al suo interno deve farsi carico della sfida delle idee e delle azioni, portando in dote la capacità elaborare modelli di società.

CHE SOCIETA’ IMMAGINI?

Una società protagonista. Consapevolmente coinvolta nell’azione di governo, che la riguarda. Le articolazioni dello Stato stanno via via arretrando, rispetto alla capacità di dare risposte sul piano sociale. Questo, in concomitanza con i fenomeni economici globali, che ci stanno interessando negli ultimi anni. Il futuro sta nell’applicazione sempre più incisiva del principio di sussidiarietà verticale. Per rendere efficace l’azione della politica, occorre coinvolgere i corpi sociali intermedi. Quello che a nostro avviso diventa la pietra angolare di questo nuovo ordine, è la famiglia.
La famiglia italiana, prima di tutto. Quella che la Costituzione repubblicana riconosce anche giuridicamente, riconnettendo alla sua formazione diritti, doveri e qualche privilegio.

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